Esiste una forma di violenza sottile, quasi educata, che si consuma nei corridoi degli uffici e in generale nei contesti sociali. È quella che trasforma ogni libera scelta individuale in una colpa sociale. Spesso il disappunto non si coglie esclusivamente da un’espressione; sono le parole e le condizioni a creare la vera gabbia in cui coesistono le esigenze lavorative e familiari.
Spesso il giudizio si manifesta attraverso domande che sembrano premurose ma che sono, in realtà, sentenze. Non destano solo fastidio, diventano strumenti di pressione psicologica.
Creano un ambiente in cui la persona si sente costantemente sotto esame, costretta a giustificare il diritto al lavoro o, al contrario, il diritto al riposo e alla cura (familiare). È una retorica che non lascia scampo: se sei presente a casa, stai “abbandonando” in ufficio; se sei produttiva al lavoro, stai “trascurando” i tuoi affetti.
Oltre ai commenti esistono barriere concrete che rendono l’organizzazione impossibile.
Assenze difficilmente programmabili in relazione alle esigenze e imprevisti più che normali con un bambino piccolo; esclusione sistemica sul lavoro in correlazione agli orari, senza considerare che chi riduce le ore di lavoro non cerca un privilegio ma una comprensione umana e sociale; l’assenza effettiva di servizi prossimi al luogo di lavoro. Siamo immersi in un paradosso sociologico: alla donna è chiesto di lavorare come se non
avesse figli e di crescere figli come se non lavorasse. In questo scontro frontale, le parole degli altri diventano il rumore di fondo di un costante senso di inadeguatezza.
Finché il congedo sarà visto come un “peso” e l’ambizione come un “tradimento della famiglia”, continueremo a vivere in un mondo dove la libertà di scelta è solo sulla carta mentre nella vita reale è una corsa a ostacoli tra malelingue e uffici ostili. Bisogna smettere di chiedere “come fai a fare tutto” e iniziare a chiedere “perché il sistema ti rende tutto così difficile”. Rompere il silenzio su queste dinamiche significa smascherare l’ipocrisia di chi giudica senza conoscere i sacrifici e le rinunce che stanno dietro ogni singola giornata. Il rispetto non passa per la tolleranza ma per la rimozione di quegli ostacoli – verbali e materiali – che oggi impediscono a troppe persone di vivere serenamente le proprie scelte.
Il desiderio di proteggere e accompagnare la famiglia fatica a trovare spazio nei luoghi di lavoro, che si rivelano spesso contesti complessi per chi prova a costruirne una. L’aggiornamento normativo costante su questi temi, deve mirare, oltre all’abbattimento delle barriere alla genitorialità a quelle della libera scelta: riequilibrio dei carichi di cura tra uomini e donne, scardinando persistenti stereotipi di genere che contribuiscono alla marginalizzazione delle donne lavoratrici. Si deve puntare a un sistema di scelta e non di mero dovere.
Il nostro compito è tradurre i diritti in fatti tangibili, curando quel passaggio fondamentale che trasforma la legge in una pratica quotidiana fatta di sensibilità e vicinanza.
Richiesta di incontro in merito all’organizzazione e programmazione dei permessi negli Istituti di formazione del Corpo ed ai tempi di comunicazione agli allievi.
La scrivente Organizzazione Sindacale, rappresentativa a livello nazionale del personale del Corpo, nell’esercizio delle proprie funzioni di tutela e rappresentanza...











